Oggi la Parrina è l'unica superstite fra le grandi aziende agricole private che cominciarono il processo di innovazione, agli inizi del secolo.
Ai primi del secolo, fino agli anni Venti, la Maremma grossetana conobbe un processo di trasfo rmazione agraria che, per alcune zone e relativamente al problema della pro duttività, colmò il divario che la sepa rava da altri territori della Toscana. Questa trasforma zione fu operata nel le grandi proprietà e toccò territori non limitrofi tra loro, come il grossetano, le colline del FioraAlbegna e, caso isolato nella sua zona, la tenuta della Parrina, nel comune di Orbetello. La tenuta appar teneva ai Giuntini, una fami glia nobile di Firenze, di cui è discendente l'attuale proprietaria, la Marchesa Franca Spinola.
Aspetti fondamentali della trasformazione agraria di queste grandi proprietà, in cui vigeva genera lmente la cultura estensiva, la "gran cultura" a "campi ed erba", con pascolo brado, erano la bonifica idraulica ed agraria, l'appoderamento e l'innovazione culturale e tecnologica.
La trasformazio ne della Parrina cominciò nel 1905. Nel 1912 alla Parrina erano stati ricavati diciotto poderi a mezzadria nella tenuta di proprietà dei Giuntini e altre in novazioni furono successive.
Alla Parrina parve continuarsi nel patrimonio personale la tradizione dei Lorena, l'opera di governo di bonificamento e trasformazione dell'assetto fondiario. Oltre alla tradizione riformista e alle iniziative politicoeconomiche per la bonifica e le comunicazioni, cui era seguito il disimpegno dello stato unitario, in Maremma era rimasta, dell'età granducale, la cultura dell'innovazione agraria, sollecitata e diffusa da antiche istituzioni come la Società Agraria e il Comizio Agrario, ispirate dall'Acca demia dei Georgofili.
Non parteciparono, ad esempio, alla Società (1907) per la produzione dei concimi chimici, con stabilimento ad Orbetello e di cui fecero parte i Ricasoli, i Corsini, i Montezemolo, i Barabesi, i Ciacci di Pitigliano e i Ricci Busatti di Sorano, nonché il Consorzio Agrario e la Societa Agraria di Grosseto, animatrice di varie iniziative e al centro della cultura agraria locale.
L'innovazione per cui i Giuntini furono tra i primi proprietari disposti a forti investimenti, senza le provvidenze statali che furono disponibili successivamente, costituì una novità anche per le scelte di conduzione. A distanza di quasi mezzo secolo, essa era destinata ad avere un seguito duraturo segno anche dei tempi cambiati, e rappresentò una scelta di indirizzo, definitiva in Maremma, dopo il "tentativo pionieristico" (1855) dei fratelli Bettino e Vincenzo Ricasoli, di conduzione diretta con le macchine delle tenute grossetane di Barbanella e Gorarella: la "gran cultura" ancorchè meccanizzata, si mostrò im praticabile e i Ricasoli dovettero ripiegare sull'appoderamento e la mezzadria.
Meno pressanti di quanto lo fossero per gli altri grandi proprietari maremmani dovettero essere per Giuntini, forse anche per la lontananza della tenuta da centri abitati, i risvolti sociali della questione fondiaria. La rendevano più grave in Maremma la contemporaneità di situazioni negative sotto vari aspetti, come la presenza di vasti latifondi, le mancate bonifiche, la malaria, la sopravvivenza di istituti medievali come il terratico e la scarsa diffusione della mezzadria, che pure è propria della tradizione toscana. E in Maremma la que stione fondiaria si era trasformata, ormai da decenni, in questione sociale, con scioperi e invasioni delle terre.
L'impresa di trasformazione agraria della Parrina può essere meglio compresa nello spirito di iniziativa che in età giolittiana trasformò molti proprietari in imprenditori agricoli.
Vari elementi favorevoli concorsero, in quel periodo, all'impulso che ricevette l'economia agricola: il bilancio del Ministero passò, fra il 1900 ed il 1907, da tredici a ventisette milioni, si diffuse l'uso delle macchine e quello della concimazione chimica e dei prodotti antifilosserici (utilizzati per la prima volta in Maremma nel 1893), migliorarono le condizioni sanitarie, anche per la diffusione del chinino, che si aggiun geva, per la Maremma, alla diminuzione della mortalità malarica, già registrata a fine secolo. Si ebbe presto un aumento della produzione cerealicola, con l'incremento del prezzo del grano che, dalle ventisei lire al quintale del 1901 passò alle trentadue del 1912; a Grosseto nel 1919 era di ventinove lire.
La vicenda della trasformazione dell'ordinamento produttivo della Parrina, e dei conseguenti mutamenti economici e sociali, è descritta dal Cavalier Giovanni Benucci, il tecnico che la realizzò e che diresse la tenuta fin dal 1905. Quando la proprietà decise la modernizzazione della tenuta era in atto, da poco, un esperimento di mezzadria, limitato nella superficie (60 Ha) e modesto per reali capacità innovative: la coltivazione cerealicola non vi avveniva con metodi diversi dalla "gran cultura" condotta direttamente con gli avventizi, e proprio negli inadatti fabbricati, già destinati a questi, abitarono le poche famiglie: la prima,la famiglia Sartucci, quella di uno dei lavoratori stagionali, proveniva da San Quirico di Sorano. Il resto del terreno coltivabile della tenuta (in tutto 1740 Ha, di cui trecento in collina) era condotto a grano e avena, con l'avvicendamento tradizionale del riposo con prati naturali e a pascolo di bestiame brado. Per le terre date a seminare ai "comparaioli", il sistema del terratico era sostituito da quello "a terzeria".
Iniziando l'opera di trasformazione dell'azienda, la famiglia Giuntini si avvalse, per dirigerla, di un tecnico, Giovanni Benucci, appunto, dell'area fiorentina; una scelta che fecero in seguito anche altre tenute; del resto, è solo nel 1938 che fu istituito a Grosseto un Istituto T. Agrario. Il programma previde la bonifica agraria di settecento ettari di incolto, e specialmente sull'incolto si incentravano in quegli anni, in Maremma, le richieste di terra delle varie parti sociali e si registravano le posizioni più differenziate fra gli stessi proprietari e la bonifica idraulica che, nel 1925, per tutta la tenuta, arrivò a costituire una rete di centocinquantatré chilometri di fossi e collettori, assieme a centoquarantuno chilometri di strade interne. Infine, la fase della colonizzazione previde una prima organizzazione poderale di quindici mezzadrie, con altrettante case coloniche, la cui costruzione fu preceduta da quella delle fabbriche padronali, dell'amministrazione e dei "quartieri" per gli operai. Queste ultime e le case coloniche sostituivano le vecchie capanne: delle une e delle altre si conserva oggi un'interessante documentazione fotografica. Per le case rurali del primo Novecento molto si scrisse, all'epoca, sui principi che dovevano caratterizzarle: molto succintamente si possono riassumere nell'esposizione al sole del cortile principale, "asciutto e ben areato", ma poco esposto ai venti, sulla posizione delle due porte principali e sugli altri fabbricati che devono essere disposti in "schiere parallele" che li rendano "estensibili" (Sacchi). Alla Parrina si ritrovano questi criteri moderni; e in più, come scrive il Benucci, quello della ricerca, per la fabbricazione di un luogo sopraelevato.
Successivamente si studiarono fabbricati per due famiglie, come qualche anno dopo avvenne per l'azienda Ciacci nel pitiglianese, per i tipici "casali toscani. Queste abitazioni a due piani, ampie e corredate di stalle, unite al corpo di fabbrica principale da una parete, ci sembrano avere una architettura tutta propria e comunque diversa da quelle grossetane e delle colline. Le nuove famiglie coloniche provenivano da Orbetello, Porto Ercole, Capalbio ed anche da Porto Santo Stefano; altre se ne aggiunsero poi da Orbetello negli anni intorno alla prima guerra mondiale. E' da rilevare a questo proposito che in altri casi di colonizzazione non si trovarono, nei paesi vicini, campagnoli disposti a farsi contadini e li si fecero venire da altre provincie o dal vicino Lazio L'impegno finanziario era rivolto all'autonomia dei poderi, con stalle moderne che consentirono la graduale diminuzione del bestiame brado, fino alla sua totale trasformazione in "stallino", con la creazione di pozzi con pompe ad aeromotori, con vigneti ed uliveti staccati (poi si tornò ai filari di viti con ulivi inframezzati), con direttive generali per colture con "avvicendamento razionale" di leguminose e foraggere. Si ritrovano in queste scelte i criteri principali dell'innovazione agraria, secondo i numerosi studi del tempo. Le unità poderali superavano per estensione la media di quelle dell'area grossetana e richiedevamo, a volte, al contadino di assumere personale avventizio. L'estensione dei poderi ne permise l'autonomia da interventi generali dell'amministrazione per il numero di bestie da lavoro che era possibile tenere, per la disponibilità di consistenti quantità di scorte e, da parte delle stesse famiglie coloniche, per l'introitazione di altre rendite provenienti dalle "colture industriali" come i carciofi e i pomodori, poi trasformati da fabbriche locali.
L'amministrazione della tenuta aveva incentrato il proprio sforzo economico sui poderi, lasciando a se stessa pochi settori a conduzione diretta trasformandoli in iniziative moderne come una "vaccheria", che inviava il latte ad Or betello, con la prospettiva (1926) di produrre presto burro e formaggio. I terreni non ancora trasformati in colonie (1905) furono destinati a colture frumentarie, con i criteri moderni. Si era altresì curato il miglioramento delle razze suine e delle mucche da latte. Già prima della grande guerra furono costruiti altri poderi poi i dati economici mostrano un calo delle produzioni, che fu comunque contenuto entro limiti accettabili grazie alla disponibilità della manodopera di sessanta prigionieri di guerra, per tre anni. Il "trend" favorevole durò nel primo dopoguerra e nel 1926 la tenuta raggiunse una popolazione di quattrocentosessanta addetti, di cui solo centoquaranta avventizi.
Queste brevi considerazioni si limitano ai primi anni della trasformazione agraria della Parrina, quelli più innovativi e ardui, in cui la tenuta non poté disporre dei benefici statali, estesi alla Maremma solo nel 1911, né, successivamente, del supporto di associazioni come il "Consorzio della Bonifica grossetana". Alle radici delle sue fortune, che l'hanno fatta, dopo novant'anni, unica superstite, fra le maggiori tenute che avviarono il grande movimento di trasformazione agraria dovuto all'iniziativa privata in Maremma ai primi del Novecento, c'è, probabilmente, proprio la scelta di dar vita ad unità poderali consistenti come aziende autonome e che fu scelta di sicurezza per l'amministrazione generale della tenuta. Nell'impossibilità di una citazione bibliografica completa, si ricordano le pubblicazioni: G. Bagnoli, Tenuta "La Parrina". Bonifica e Colonizzazione, Giuntina, Firenze, del 1926. Altre notizie sulla Tenuta ci sono venute da Bruno Bagnoli, fattore per un quarantennio de "La Parrina".